«Il mio modo di fare politica è dare l’esempio: vivere in maniera virtuosa e creare valore», dice Carmen Consoli. Con Amuri Luci, in uscita oggi, la cantautrice siciliana firma il suo lavoro più radicale e politico. Un disco che non si limita alla denuncia, ma si fa azione, gesto, testimonianza. «Oggi prenderei la mia imbarcazione ormeggiata ad Acitrezza e andrei a Gaza con la Flotilla. Purtroppo non ho i mezzi del governo italiano», afferma, citando poi il post di Elisa: «Sbrigatevi a fare qualcosa, perché là la gente muore». L’impegno parte dalla vita quotidiana - «Mio figlio a 12 anni l’altra sera era in piazza a manifestare con la bandiera palestinese ed io ero felice per lui» - e si riflette nelle canzoni, dove le parole «non devono restare parole» ma diventare azione. «Ho molti amici israeliani che si ribellano a questa situazione, la cui voce però non sta emergendo. Bisogna bloccare chi gestisce le cose: oggi bisogna saper essere diplomatici, non agire con una logica di 'occhio per occhio, dente per dente'».
Amuri Luci è il primo capitolo di una trilogia che esplorerà «amore», «tragedia» e «metamorfosi». Un’opera che intreccia storie, miti e lingue per raccontare un Mediterraneo ferito e bellissimo. «La scelta del siciliano come lingua madre - racconta - così come l’arabo, il latino e il greco antico, non è folclore, ma ritrae un crocevia di civiltà, un ponte tra epoche e culture dove il passato continua a parlare al presente». Le canzoni scorrono come perle sul filo, in un equilibrio raro tra bellezza e maturità. In Amuri Luci, Consoli sembra toccare le vette del De André di Creuza de mä: un’opera di confine che reinventa la tradizione e l’impegno , parlando al futuro.










