Sembra un paradosso, eppure non lo è. Giorgia Meloni (e Matteo Salvini) hanno contribuito a creare il contesto quasi perfetto per l’altrui mobilitazione: se irridi la gente che va in piazza, equiparando lo sciopero a una scampagnata, se ricorri alla precettazione neanche fosse uno scalpo da mostrare, così facendo sposti la discussione dal merito, discutibile o meno, all’esercizio di un diritto. Che in una democrazia è sacrosanto. Sfugge il calcolo. Forse – semplicemente – è la natura. Sia come sia, chi oggi scende in piazza, in fondo, dovrebbe ringraziarli: l’avversario che vuole silenziarti aiuta a coprire anche il rumore di una mobilitazione che, per come sta prendendo forma, pone qualche interrogativo.
Secondo la grammatica tradizionale della grande politica novecentesca, lo sciopero generale è l’extrema ratio. Non è una generica manifestazione, che pure ha degli obiettivi. Vi ricorri come prova di forza finale per dare impulso a un negoziato su una tua piattaforma. Erano cioè i grandi sindacati e i grandi partiti che chiamavano il popolo alla mobilitazione, la guidavano politicamente e anche organizzativamente con i propri servizi d’ordine, consapevoli che le teste calde avrebbero potuto sporcare le sacrosante ragioni delle masse tranquille. Insomma, come diceva Pietro Ingrao, uno che di lotte se ne intendeva: «Non basta l’indignazione». Occorreva, a quell’indignazione, dare una forma e uno «sbocco politico». Ecco, qui lo schema è esattamente rovesciato. È vero: nel Paese c’è molta indignazione su Gaza e sulla vicenda della Flotilla. C’è nella famosa maggioranza silenziosa. C’è anche nelle manifestazioni per lo più spontanee. Da tempo non si vedeva tale coinvolgimento. Lo sciopero promosso dalla Cgil però non rappresenta l’avvio di un processo organizzato che ricerca un “sentiment” largo che parli a tutto il Paese. Si accoda, anche nelle parole d’ordine, alla parte più effervescente. E infatti Landini, per non essere scavalcato a sinistra, segue i Cobas, Schlein segue Landini e anche un po’ Conte e Fratoianni, tutti seguono l’indignazione senza preoccuparsi della forma e dello sbocco. Non sono loro che costruiscono politicamente e sentimentalmente un popolo su un disegno di insieme. Piuttosto, con vocazione squisitamente minoritaria, si buttano nel gorgo alla ricerca di un “corpo” sociale per supplire alle proprie autonome capacità di mobilitazione. Non a caso la parola d’ordine è «blocchiamo tutto», come nelle proteste francesi. Altra novità, perché «bloccare tutto» è semmai uno strumento di lotta, non il fine.






