La calorosa risposta del pubblico italiano all’uscita de La voce di Hind Rajab – terzo domenica scorsa al botteghino, con oltre ventimila spettatori e più di 150.000 euro di incasso e secondo ancora ieri, mercoledì – non deve far pensare solo a un’adesione umanitaria a un film che coincide con il momento incandescente che stiamo vivendo, con la Flotilla accerchiata dalla marina israeliana intorno a Gaza e la guerra che non cessa di seminare morti.
Il film della tunisina Kaouther Ben Hania, peraltro già vincitrice di premi a Cannes e di César in Francia con il precedente Quattro figlie e ora Leone d’argento a Venezia con questo film, è soprattutto una grandissima lezione di cinema. È un ideale proseguimento dello spirito neorealista, di quell’urgenza di testimoniare nell’immediatezza del dramma che fu all’origine di film come Roma città aperta o Germania anno zero.
Anche qui si potrebbe ripetere con Rossellini: le cose sono lì, perché manipolarle? E infatti Ben Hania non manipola, prende il documento agghiacciante della voce di una bambina che chiama aiuto mentre i soldati israeliani stanno sparando raffiche e ne fa un documento straordinario. Hind – che tutti chiamano anche Hanood – chiede di non abbandonarla, di restare con lei. Il sottile tracciato della sua voce che si staglia sul fondo nero dell’immagine è prima di tutto un filo: filo di voce, filo di speranza, filo di unione tra persone lontane, filo logico infine, in un universo che sembra aver perso definitivamente quel filo.








