Lacrime divenute solide e trasparenti, come gocce di vetro, sono posate su uno splendido volto di donna, dalle lunghissime ciglia (Larmes, 1932). L'immagine in bianco e nero, divenuta iconica, nasce dalla pubblicità di un mascara, che invitava le donne a «piangere al cinema, piangere a teatro e ridere fino alle lacrime», sebbene il suo autore, Man Ray (Philadelphia, 1890-Parigi, 1976), celebre fotografo e artista tra Dada e Surrealismo, abbia sempre riservato minore importanza ai suoi lavori per la moda. Lo scatto risale al periodo della rottura della relazione con la fotografa Lee Miller, a cui le false lacrime femminili potrebbero alludere.

Questa celebre fotografia è l'immagine guida dell'ampia retrospettiva, con oltre 300 pezzi, Man Ray. Forme di luce, curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, che Palazzo Reale a Milano gli dedica fino all’11 gennaio.

Nato Emmanuel Radnitsky da una famiglia ebrea di origini russe, adotta lo pseudonimo «Man (uomo) Ray (raggio di luce)». L'incontro con Marcel Duchamp nel 1915 è decisivo per avvicinarsi a linguaggi artistici radicalmente nuovi. Fin dagli inizi, Man Ray affianca alla pittura e al disegno l’assemblaggio di oggetti e l’uso della fotografia, dapprima per documentare le sue opere e quelle degli amici, e ben presto come mezzo creativo autonomo. Nel 1921 si trasferisce a Parigi, dove entra in contatto con il gruppo surrealista guidato da André Breton e stringe rapporti con Louis Aragon, Paul Éluard e Robert Desnos. Frequenta Picasso, Matisse, Joyce, Stravinsky, Erik Satie, Max Ernst... Parte dai giochi del Dada per arrivare ai meandri dell’inconscio e dell’immaginazione.