Ineurologi – soprattutto quelli che si occupano di Parkinson – li conoscono bene: gli aggregati di alfa-sinucleina, una proteina che nella malattia forma aggregati tossici per i neuroni dopaminergici, coinvolti nel movimento, sono da tempo al centro dei loro studi. L’obiettivo è dunque quello di individuare questi aggregati il prima possibile, o di impedirne la formazione. Ma dal conoscerne gli effetti sul cervello dei pazienti al poterli “vedere” direttamente in attività, tramite strumenti di imaging, ce ne corre. Per questo è importante la ricerca condotta da scienziati dell'Università di Cambridge, dell'University College di Londra, del Francis Crick Institute e del Polytechnique Montréal. Che sulle pagine di Nature Biomedical Engineering hanno presentato una nuova tecnologia in grado, in futuro, di facilitare la diagnosi precoce e rendere più rapido lo sviluppo di trattamenti per questa malattia.
Parkinson, a che punto è la ricerca?
Una minaccia globale
Il Parkinson è la malattia neurologica con la crescita più rapida a livello globale, con previsioni che sfiorano i 25 milioni di pazienti in tutto il mondo entro il 2050. E sebbene siano già disponibili farmaci in grado di alleviare alcuni dei suoi sintomi più evidenti, come il tremore agli arti, e all’orizzonte si intravvedano strategie terapeutiche promettenti che puntano alla genetica o alla medicina rigenerativa, allo stato attuale non c’è modo di rallentare o arrestare completamente la malattia.







