La «umiliava quotidianamente come donna», inviandole anche «continui messaggi WhatsApp a sfondo sessuale, dal contenuto molto volgare, con i quali le intimava di dover essere la sua schiava sessuale e con i quali in alcune occasioni la minacciava di violentarla e di ucciderla». «Maltrattamenti, minacce, violenze psicologiche ed umiliazioni di tipo sessuale» che Michele Marco Rossi, musicista affermato nella scena internazionale, avrebbe riservato alla ragazza con cui ha condiviso una relazione sentimentale per quattro anni, «riducendo la fidanzata a mero oggetto e destinataria inerme delle proprie pulsioni sessuali». Sono queste le accuse che la procura contesta al violoncellista: maltrattamenti e violenza sessuale.

Reati che ieri hanno convinto il giudice per le indagini preliminari a rinviare a giudizio l’indagato, un artista che ha debuttato anche al Teatro alla Scala di Milano per il Festival Milano Musica e ha sviluppato «progetti trasversali collaborando con Andrea Camilleri, Valerio Magrelli, Nicola Piovani», come si legge sul suo sito.

Negli atti, invece, è raccontata tutta un’altra storia. Inizia nel 2007, quando la vittima, all’epoca tredicenne, conosce Rossi, un talentuoso diciottenne che frequentava il suo stesso corso estivo di musica. Ne nasce un’amicizia che sette anni dopo si trasforma in un rapporto più intimo. Caratterizzato, denuncia lei, da comportamenti violenti. Inizialmente, racconta la ragazza, si trattava di gelosia, di pretese, specialmente in ambito sessuale. Richieste sempre più pressanti: doveva scegliere gli indumenti intimi della vittima, la derideva, le chiedeva con insistenza pratiche di dominazione. Per questo motivo la ragazza, all’epoca ventenne, aveva deciso di lasciarlo.