L'anniversario di un giornale può essere festa e autocelebrazione, destinate entrambe a un ristretto gruppo di famiglia. Non è così, non può essere così, se a compiere i sessant'anni è un settimanale come l'Espresso: «un certo modo di fare giornalismo» che ha contribuito a fare un certo tipo di italiani. E allora via ogni sussiego dalla mostra che domani s'inaugura al Vittoriano, banditi l'incenso e lo stile ingessato che proprio non s'addicono alla testata. Circola la vita nella circolarità dell'esposizione curata da Bruno Manfellotto, che del settimanale conosce ogni angolo segreto essendone stato anche direttore. Ciascuna stanza tematica confluisce al centro dell'allestimento, perché anche al giornale è sempre stato così: aboliti paratie e compartimenti stagni, meglio se a parlare di calcio è un celebre scienziato e a descrivere lo spazio è un insigne musicologo. Non può che scaturirne uno straordinario racconto per fotografie e copertine, testi e filmati non solo della storia di un giornale ma anche della storia d'Italia. Dei suoi sogni e delle sue disillusioni. Dei movimenti profondi. E dei peccati irredimibili.
A come Arbasino e Altan. B come Baldwin e Buzzati. C come Calamandrei e Calvino. P come Pericoli. S come Sartre. L'illustrissimo abecedario dei collaboratori occupa dieci fogli, il meglio della cultura e del giornalismo non solo italiani, firme di ispirazione anche diversa che però fanno parte di una stessa struttura di opinione. Per capire di cosa parliamo bisogna risalire all'inizio della storia. Andare nel cuore della mostra e ascoltare dai grandi schermi le testimonianze dei padri fondatori. Quarantacinque anni Arrigo Benedetti, trentuno Eugenio Scalfari: la rivoluzione parte da loro, con la complicità di Carlo Caracciolo, il 2 ottobre di sessant'anni fa.






