Due stopgap contrapposti sono crollati in Aula e lo Stato federale Usa si è fermato. Per i repubblicani è solo tattica, per i democratici l’occasione di issare la bandiera della sanità. “È il momento di combattere”, ripetono, trasformando lo shutdown - il blocco delle attività federali per mancanza di fondi iniziato alla mezzanotte del 1° ottobre - in un terreno di battaglia politica.

Al centro del braccio di ferro c’è la richiesta dem di estendere i sussidi dell’Affordable Care Act che scadono a fine anno e invertire i tagli al Medicaid varati in estate. I repubblicani offrono una clean continuing resolution, la “pezza” che proroga i fondi allo status quo, senza però concessioni di merito. Nelle votazioni a cavallo della mezzanotte ogni campo ha affossato il testo dell’altro: 55–45 contro il piano G.O.P. (sotto i 60 voti necessari per superare l’ostruzionismo) e 47–53 contro il disegno dem che legava la riapertura alle misure sanitarie. È la ripetizione di un copione: nuovi voti, stessi esiti e la promessa repubblicana di ripetere la scena ogni giorno.

Dalla Casa Bianca, il vicepresidente JD Vance ha precisato che i repubblicani sarebbero pronti a trattare l’estensione dei sussidi sanitari “anche subito”, ma solo dopo la fine dello shutdown. Al Congresso, lo speaker Mike Johnson ha evocato centinaia di migliaia di furlough immediati (i congedi obbligatori non retribuiti imposti ai dipendenti federali durante lo shutdown), mentre il capogruppo al Senato John Thune ha accusato i democratici di aver cercato lo scontro. Chuck Schumer ha ribattuto che il blocco nasce dal rifiuto repubblicano di proteggere l’assistenza sanitaria e ha definito “ricatto” le minacce di licenziamenti di massa.