Numerose sono le generazioni di palermitani che ricordano perfettamente come venivano accolti i visitatori alla Fiera del Mediterraneo: con un carrarmato dell’Esercito. Lo stand delle Forze Armate era il primo della cittadella alle falde di Monte Pellegrino. Nessuno si irritava per quel cingolato col cannone che faceva bella mostra di sé prima dei padiglioni commerciali, delle giostre e del villaggio gastronomico.
Ma allora, perché lo stand dell’Esercito, allestito per tre giorni davanti al Politeama, ha scatenato numerose e vibrate proteste? Forse perché è cambiato il clima e l’idea dell’utilizzo di quei mezzi, che negli anni d’oro della Fiera del Mediterraneo sembrava un’eventualità remotissima, oggi lo è molto di meno.
Per generazioni abbiamo legato l’Esercito agli interventi di protezione civile, abbiamo visto i militari allestire ospedali e cucine da campo nei territori falcidiati dai terremoti e dalle alluvioni. Abbiamo appreso di missioni dei soldati italiani, con i caschi blu dell’Onu, in Paesi disastrati e lontanissimi dalla nostra serenità e dal nostro benessere.
Oggi è diverso e lo dimostrano gli Stati Uniti che hanno trasformato il ministero della Difesa in ministero della Guerra mentre in Italia il ministro Guido Crosetto ha appena fatto la stima di quanti anni serviranno (sono sei) per garantire la sicurezza del Paese davanti a un eventuale attacco missilistico.








