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Negli ultimi due anni in Italia sono state inaugurate 660 case di comunità, ambulatori pubblici pensati per rafforzare la cosiddetta medicina territoriale, cioè con un ruolo intermedio tra gli ospedali e i medici di medicina generale. Ne mancano ancora poco più di mille per rispettare gli impegni presi nel PNRR, il piano di riforme e investimenti che le ha finanziate con 2 miliardi di euro. Al di là dei notevoli ritardi, le perplessità maggiori di questo piano riguardano i servizi offerti alle persone, che nonostante i tanti soldi spesi sono quasi sempre gli stessi già presenti nei vecchi ambulatori: il risultato è che per ora nella maggior parte dei casi le case di comunità non sono altro che i vecchi ambulatori con un nome diverso.
Delle case di comunità si iniziò a parlare durante la pandemia da coronavirus, quando ci si accorse di quanto la sanità territoriale – la rete formata da medici, guardie mediche e ambulatori locali – fosse stata trascurata. Soprattutto nella cosiddetta prima ondata della pandemia moltissime persone preferirono chiamare direttamente il 118 oppure presentarsi al pronto soccorso. Andarono molto in affanno sia i medici di medicina generale (quelli chiamati anche medici di famiglia o di base) che gli ospedali.






