Prendi il romanzo di Michela Murgia, rivoltalo come un calzino e viene fuori un buon film. Tragico, per carità. Una di quelle opere terribilmente tragiche sulla morte incombente, annunciata, preparata. Eppure Tre Ciotole della 65enne regista spagnola Isabel Coixet – la produzione è italo/spagnola – è una di quelle curiose inattese sorprese intimiste in un mare magnum di drammaturgie da tinello tutte uguali. Il tinello, comunque, c’è. Ed è quello dove finiscono le tre ciotole che Marta (Alba Rohrwacher), un’introversa insegnante di ginnastica, e Antonio (Elio Germano), un ruvido barbuto chef in rampa di lancio con recensioni online sempre migliori, guadagnano con i punti della spesa alla cassa del supermercato: lei le sbircia con interesse; lui le guarda con sdegno. Preludio apparentemente banale di un litigio e conseguente sospensione della loro relazione sentimentale che avverrà su decisione di lui.
A quel punto, durante grigie giornate in una Roma invernale, per certi versi ripulita dal romanesco e da romanità dozzinali, strattonata tra le confessioni personali di una sorella egocentrica (Silvia D’Amico), il corteggiamento cortese di un collega di filosofia goffo e stralunato (Francesco Carril), e la scomparsa di Antonio, Marta inizierà a non avere più fame e vomitare l’impossibile fino a quando giunge un responso medico senza scampo: neoplasia al quarto stadio con metastasi diffuse. Unico possibile rimedio: tentare di non far accelerare la malattia mortale con pillole sperimentali.








