Tre ciotole è un film che abbiamo capito tutti cosa dovrebbe contenere, ma dentro il quale a ben vedere non c’è nulla di quel che la confezione promette. È il film tratto dall’ultimo romanzo di Michele Murgia, almeno tra quelli pubblicati in vita, una storia di avvicinamento alla morte e convivenza con l’idea che questa sta arrivando, mentre tutto intorno le vite degli altri vanno avanti. È una storia testamento in un senso che è quasi letterale, che diventa un film italiano nella produzione ma spagnolo nella regia (Isabel Coixet) di rara mancanza di ispirazione.Si apre tutto con una scelta di casting pessima: Alba Rohrwacher è una ex atleta ora insegnante di ginnastica al liceo e nonostante sia molto brava e abbia interpretato di tutto in carriera con efficacia, per questo tipo di parte proprio non ha né il fisico, né tantomeno il portamento o la postura. Anzi! Lei vive insieme a Elio Germano e i due quasi subito litigano finendo per separarsi. Poco dopo lei scoprirà di avere una malattia potenzialmente letale, che lungo i mesi sarà evidentemente anche incurabile. Sta arrivando la morte. Intanto scopre che delle ragazze nel liceo in cui insegna si tagliano volontariamente, senza troppa convinzione riallaccia i rapporti con l’ex compagno, scopre i sentimenti di un collega nei suoi confronti e si pacifica totalmente con l’idea della fine di tutto.Vision DistributionAl film interessa più che altro la sua protagonista e la maniera in cui matura un rapporto con la morte che modifica poi i rapporti con le altre persone, la porta a rivedere molto della vita fino a raggiungere tranquillità, serenità e armonia che non aveva prima. È la materia perfetta per il cinema, è quello che fa meglio: mostrare come la trasformazione di un punto di vista sul mondo trasformi anche le persone e susciti (nei personaggi, ma di riflesso negli spettatori) sentimenti per i quali non c’è un nome eppure sono facili per tutti da riconoscere. Eppure Tre ciotole non riesce mai a comunicare tutto questo, soprattutto perché si affida a una forma stantia e a un pugno di immagini che dovrebbero dire molto e invece non dicono nulla.Isabel Coixet è molto legata alle scene madri, quelle concentrano in un apice idee ed emozioni che hanno ribollito fino a quel punto, che tuttavia sempre di meno in realtà fanno parte del cinema contemporaneo, eppure tutti i momenti cruciali di questo film, a partire da quello rivelatore che si svolge di giorno, sull’isola tiberina, accanto al Tevere e che culmina con uno strano e imprevedibile abbraccio, suonano stonati. Non è solo che il film non riesce mai a costruirli a dovere, cioè non arriviamo preparati, ma anche le scene in sé sono goffe e un po’ ingenue nello svolgimento. Il resto della storia attorno ad essere è la costruzione di tanti intrecci che rimarrano insoluti per l’arrivo della morte, tanti rapporti diversi che prendono forme diverse in un caos da cui non emerge granchè. Non se ne abbiano a male gli spettatori che hanno un legame con il romanzo o quelli che sentiranno un legame forte con il film e la storia dietro al film, rimane materia sentimentale e commovente. Solo che lo è più per ciò che gli sta intorno che per quello che il film in sé fa.Vision DistributionDel resto anche i protagonisti non ne escono bene. Escluso Francesco Carril (già visto in Dieci capodanni) e il suo brio un po’ scemo e un po’ pieno di sentimento onesto, gli altri sembrano recitare ognuno per conto proprio. Germano è il più a fuoco di tutti ma anche il più marginale, Galatea Bellugi con gli occhi sempre spalancati per un senso della meraviglia che non si capisce a cosa sia dovuto non è mai credibile, Silvia D’Amico ha un tono e un brio che sono in totale antitesi con tutto il resto del film e quindi del mondo intorno al suo personaggio e infine Alba Rohrwacher, che tutto dovrebbe reggere, non riesce mai a trasformare la mestizia che caratterizza il personaggio nella prima parte in vero malessere che faccia apprezzare la trasformazione che avviene nella seconda parte.Infine, se si ha un po’ di esperienza di cinema italiano o cinema europeo in generale, non è difficile vedendo Tre ciotole aggiungere all’insipienza del film anche un certo fastidio per come alcuni dei più banali stereotipi di questo genere di film siano applicati senza il senso che dovrebbe giustificarli. Sono scene in cui si annusa la presenza di un significato più ampio e di un senso profondo nascosto in quel che stiamo vedendo senza che davvero ci sia. In una ideale classifica il momento in cui una conversazione tra i protagonisti è brevemente interrotta dal passaggio di uno specchio dietro di loro che riflette le loro immagini è secondo solo alla frustrazione della protagonista mostrata mentre tira, con una goffaggine che non apparterrebbe a un’ex atleta, dei palloni da pallavolo in una palestra vuota nella quale riecheggia il rumore dei colpi. Lì si sfiora il grado zero del cinema, peggio di film più brutti di questo, perché alla mancanza di senso si aggiunge la pomposa pretesa che ce ne sia uno tutto da cogliere. Se non proprio da inventare da zero.