Edire che il Nazareno aveva scelto il candidato per le Marche, con più di un anno d’anticipo. Matteo Ricci aveva messo le cose in chiaro prima di accettare la candidatura alle Europee: sono a disposizione ma il mio vero obiettivo è la Regione. Poi la scalata a Bruxelles: l’ex sindaco di Pesaro abbandona la minoranza di Stefano Bonaccini e diventa il favorito di Goffredo Bettini e Claudio Mancini, strappando il seggio. Sempre con la Regione in testa: «Francesco Acquaroli è debole, ce la posso fare». Un ragionamento che convince subito Elly Schlein che ha bisogno di certezze e consiglia al "campioncino" di insistere su temi nazionali. Il collegamento del Nazareno suonava diretto: «Se perdono le Marche, perdono Palazzo Chigi». In più Ricci poteva vantare un pedigree d’eccezione: è stato un amministratore, è in grado di rinverdire una lunga tradizione del centrosinistra, quando non si sa chi candidare, un sindaco si trova sempre. Insomma la trappola era stata congegnata: «Candidiamo Ricci senza discutere». D’altra parte l’eurodeputato il Pd lo ha girato in lungo e in largo: era bersaniano, poi renziano, subito dopo amico per la pelle di Nicola Zingaretti, naturalmente lettiano. Immediato l’approccio con Elly Schlein: a Bruxelles mai un voto in difformità. E invece lo "sventurato" ha seguito il destino di un altro pezzo da novanta del Pd: Andrea Orlando.