Diavolo di un Matteo Ricci. L’ex sindaco di Pesaro è in campagna elettorale. Vuole diventare presidente delle Marche e deve parlare. Ma più parla, più si incasina, perché è indagato per concorso in corruzione e la gente non gli chiede altro. Lui sogna di poter spiegare ai conterranei di come risolleverà la regione e di spargere veleno sul rivale del centrodestra, il governatore Francesco Acquaroli. Gli altri gli chiedono come si difenderà dalle accuse del pm di essere al vertice di un sistema criminoso che, attraverso le associazioni Opera Maestra e Stella Polare, affidava lavori pubblici senza gara per portare consenso elettorale a lui e vantaggi economici ai dirigenti da lui scelti.

Siccome non sa come rispondere a tono, l’ex sindaco ha scelto una doppia linea. Sul fronte interno, l’europarlamentare con velleità di tornare in provincia a fare il ras ha deciso di fare la figura del fesso. Sostiene di non sapere nulla, di non essersi mai interessato una volta di chi faceva i lavori nella sua città, di non essere responsabile di errori commessi da altri in procedimenti amministrativi che pure hanno la sua firma e di essere parte lesa se Massimiliano Santini, l’uomo a cui ha dato in mano tutti gli eventi di Pesaro, si è messo in tasca oltre centomila euro, come sostengono i pm. Sul fronte esterno, il candidato zoppo di un campo largo ormai spanato minaccia il centrodestra che l’inchiesta gli si ritorca contro, lo accusa di speculare sulle sue sventure e attacca il direttore editoriale del Secolo d’Italia, Italo Bocchino, sostenendo che imbecchi i giornali a lui ostili, abbia entrature inquietanti con chi porta avanti l’inchiesta, visto che aveva pronosticato che sarebbe stato indagato.