«La spallata? Qualcuno forse si è rotto la clavicola…». Periferia sud di Ancona. A metà pomeriggio, nella sala conferenze vista Statale scelta come quartier generale delle truppe meloniane, l’allegria è incontenibile. Sugli schermi passano le immagini dell’avversario del campo largo, Matteo Ricci, che con neanche 300 sezioni scrutinate già concede l’onore delle armi al governatore uscente Francesco Acquaroli. «I marchigiani hanno scelto la continuità – suona l’epitaffio sulla sconfitta dell’eurodeputato dem – La spinta del cambiamento non è stata percepita». Del resto già due ore dopo la chiusura dei seggi il distacco tra i due appare incolmabile. Oltre le aspettative più rosee che alla vigilia delle urne si coltivavano a Roma, in casa centrodestra. A sera, con poche decine di sezioni ancora da scrutinare, il meloniano di ferro Acquaroli si attesta sopra al 52 per cento. A otto punti di distacco dallo sfidante, l’ex sindaco di Pesaro sostenuto dal campo larghissimo Pd-Avs-M5S-Iv. E fa pure meglio di cinque anni fa, quando l’ex ragazzo di Colle Oppio si fermò a un soffio dal 50%. Anche se stavolta l’affluenza è andata giù,
Una caporetto per il centrosinistra, perché il voto nelle Marche era stato caricato, almeno fino a qualche settimana fa, di grandi aspettative e significati nazionali. Il segnale della spallata al governo, il fischio d’inizio della rimonta verso le politiche 2027. «Forse invece qualcuno si è fatto male alla spalla», se la ridono i big marchigiani – e i molti romani – che nel pomeriggio affluiscono verso Ancona per stappare lo spumante.














