Un’agenda fitta di impegni, ma con i suoi fedelissimi pronti ad aggiornarla una proiezione dietro l’altra. Poco dopo le 17, a due ore dalla chiusura delle urne e quando il risultato è ormai certo, scolpito, Giorgia Meloni affida ai social il suo commento sulla vittoria di Francesco Acquaroli, il candidato del centrodestra in quota Fdi destinato a restare alla guida del marchigiano Palazzo Leopardi altri 5 anni. «Gli elettori hanno premiato una persona che in questi anni ha lavorato senza sosta per la sua regione e i suoi cittadini. Sono certa che continuerà nel suo impegno con la stessa passione e determinazione», scrive la premier in un messaggio dal taglio più istituzionale che politico. Una scelta comunicativa la sua, compiuta in una fase in cui è alle prese con uno scenario internazionale da togliere il sonno e innumerevoli grane interne. Non ultimo il dossier sulla cinquantina di italiani a bordo della Global Sumud Flotilla, diretti verso Gaza e ormai a un passo dalle acque a rischio. Meglio dunque lasciare da parte i toni barricadieri, concentrarsi sull’azione di governo e sui tanti nodi da sbrogliare.

Dopo aver ricevuto a Palazzo Chigi il principe ereditario e primo ministro del Bahrein Salman bin Hamad Al Khalifa, Meloni chiama Acquaroli per congratularsi del risultato messo a segno. La presidente del Consiglio scherza con il governatore sul susseguirsi dei mandati - «sarà un destino o meglio un tunnel comune?» - e sulla spallata di Schlein, Conte e gli altri «ancora una volta non pervenuta». E non è la sola, visto che in via della Scrofa e nelle chat interne al partito è tutto un susseguirsi di sfottò e ironie: «a furia di spallate si son slogati la spalla...», scherza Giovanni Donzelli con alcuni colleghi. E a un pizzico di sarcasmo, a vittoria ormai incassata, fa ricorso anche la premier. «Era il test che il centrosinistra considerava più importante. Ne prendo atto», affonda serafica commentando la debacle di Ricci e del fronte progressista. Mentre c’è chi fa notare che le Marche potevano trasformarsi in una nuova Ohio - vale a dire un’elezione decisiva e funesta per il futuro dell’esecutivo - mentre son diventate «un Abruzzo due». Perché anche all’Aquila la vittoria del centrosinistra era considerata a portata, mentre e finita come è finita: con Marsilio, Meloni e i suoi alleati una spanna sopra gli altri. E ad Ancona va in scena esattamente lo stesso copione. Nient’altro che un remake del marzo scorso.