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Tra il 29 e il 30 settembre del 1975, a San Felice Circeo, sul litorale laziale a poco più di 100 chilometri da Roma, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti furono seviziate, picchiate e violentate per 30 ore di seguito. Avevano 19 e 17 anni. Una di loro morì, l’altra si salvò fingendosi morta. Furono trovate da un uomo allarmato dai lamenti che provenivano dal bagagliaio di un’auto parcheggiata nel quartiere romano Trieste: le ragazze erano state rinchiuse lì, avvolte in sacchi di plastica. I responsabili vennero subito individuati: tre giovani tra i 19 e i 22 anni, appartenenti a famiglie facoltose del quartiere Parioli, che si definivano fascisti. Solo due di loro, Gianni Guido e Angelo Izzo, finirono in carcere, mentre Andrea Ghira entrò in latitanza e non fu mai trovato.

Il “massacro del Circeo” fu uno dei fatti di cronaca più sconvolgenti della storia d’Italia degli anni Settanta, e fu anche uno spartiacque nella storia del femminismo e non solo: perché per la prima volta, a fronte di un racconto giornalistico distorto, le femministe riuscirono a imporre l’idea della violenza di genere come qualcosa di quotidiano, strutturale e trasversale; perché quel processo segnò la trasformazione di parte del movimento in associazioni riconosciute che per la prima volta poterono costituirsi parte civile; perché, e sempre per la prima volta, emerse la violenza che le donne vittime di violenza subivano in un secondo momento (e spesso ancora subiscono) nelle aule di tribunale.