Per cinque anni sono stato a scuola insieme ad Angelo Izzo, al liceo classico San Leone Magno, a Roma, una scuola dei Fratelli Maristi. Dalle otto alle otto e venti si recitava il rosario, tutti i giorni. Izzo stava una classe sopra la mia e la sua sezione era un’accolita di fascisti e di pazzi spaventosi. Era come se, per uno scherzo assurdo, il caso avesse riunito nella stessa aula una ventina di canaglie violente e invasate. Erano ricchi, bellocci, si sentivano invulnerabili, afferrati da un delirio superomistico.
Avevano i Rayban e i giubbotti di camoscio, le Jaguar e le Mercedes, stivaletti a punta e sorrisi beffardi. Il più feroce era Gianni Guido, un demonio con la faccia da angioletto. Ricordo che una volta vidi uno di loro spegnere una sigaretta sul braccio di un quattordicenne e ridere. Dopo sei mesi quel disgraziato si suicidò. Dissero che si era sparato nel petto con il fucile del padre e la cosa finì lì. Anni dopo Izzo confessò che l’avevano ucciso loro, gli amici del cuore.
Albinati: “Il delitto del Circeo, uno sfregio alle donne che non ha insegnato nulla”
di Maria Novella De Luca
Ancora non so se sia vero, se le indagini della polizia hanno confermato quell’orrore. Per il piacere di sentirsi un maledetto, Izzo ha confessato tanti delitti che rimangono misteriosi. Il loro gioco preferito erano gli sfasci, così chiamavano gli stupri fatti in gruppo. Incantavano qualche ragazza ingenua, ma anche qualche pariolina, e la sfasciavano. Avevano pistole e soldi, erano sadici e strafottenti.






