a

E ora quel profilo genetico trovato sotto le unghie di Chiara Poggi potrebbe rappresentare la svolta scientifica dell'inchiesta contro Andrea Sempio. Perché dall'udienza dell'incidente probatorio dello scorso venerdì, oscurata dall'eco mediatica del terremoto giudiziario che ha travolto l'ex procuratore Mario Venditti per la gravissima ipotesi accusatoria di essersi fatto corrompere per archiviare Sempio nel 2017, è trapelata una delle prossime mosse della genetista Denise Albani, il perito nominato dal gip Daniela Garlaschelli per effettuare l'accertamento tecnico irripetibile sul Dna trovato sui margini subungueali di Chiara, che per la Procura di Pavia e per la difesa di Alberto Stasi è attribuibile e compatibile con il codice genetico di Sempio.

L'incidente probatorio dovrà sciogliere il nodo centrale e rispondere ai quesiti del giudice, che ha chiesto alla sua analista di stabilire se Ignoto 1 sia attribuibile e, conseguentemente, se il materiale genetico appartenga al nuovo indagato per l'omicidio in concorso con altri, avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli e per il quale è stato condannato Stasi. Il contenuto dell'ultima udienza davanti al giudice è coperto da massimo segreto, ma due elementi sono emersi: uno riguarda la proroga degli approfondimenti, che andranno a discussione non più il 24 ottobre prossimo, ma il 18 dicembre, e l'altro, sostanziale, l'ha rivelato Marzio Capra, il genetista della famiglia Poggi, all'uscita dal Tribunale di Pavia. «Per questa analisi sul Dna dei margini ungueali dovremo effettuare tutti gli eventuali confronti», ha detto Capra. Rivelando, forse involontariamente, un punto fondamentale delle analisi. Perché fino a quell'udienza davanti al gip Garlaschelli sia la difesa Sempio sia gli esperti dei Poggi avevano sempre sostenuto, sulla base della perizia effettuata dal professor Francesco De Stefano nel processo d'appello bis contro Stasi, che il materiale biologico estratto dall'eluito delle unghie fosse altamente degradato e non idoneo ad alcuna comparazione, sebbene lo stesso De Stefano lo avesse all'epoca confrontato con quello di Stasi senza alcun risultato, sottolineando comunque che quel Dna fosse stato lasciato per contatto diretto con l'aggressore e che non fosse utile per l'attribuzione.