di

Jacopo Storni

«Non sono l’unico ad essere uscito, molti la pensano come me e sono venuti via, ciò non vuol dire che non credo nella missione»

Niccolò, dove ti trovi adesso?Sono a Creta, in un porticciolo vicino Lerapetra, tornerò in Italia. Devo portare avanti l’altra missione umanitaria che svolgo in Ucraina e poi mi organizzerò per una nuova missione per Gaza. Sono uscito dalla mia barca passando dall’imbarcazione Family, dove ho chiarito le mie intenzioni di scendere a Thiago Ávila, membro del comitato direttivo, che stimo per il coraggio come molti altri a bordo. Ci siamo stretti la mano amichevolmente e sono tornato a terra.

Perché hai interrotto la missione?Perché non ero più allineato alle idee del comitato direttivo, si erano create troppe divergenze. Non sono l’unico ad essere uscito, molti la pensano come me e sono venuti via, ciò non vuol dire che non credo nella missione, anzi vorrei ancora essere a bordo ma ho fatto un passo indietro proprio per non creare tensioni all’interno del gruppo. È stato come abbandonare una montagna a pochi passi dalla vetta, è stata una scelta sofferta e ponderata per giorni.Quali divergenze ci sono state?Prima di partire, durante i training a Catania, ci era stato chiaramente detto che l’obiettivo non era quello di entrare nelle acque territoriali di Gaza, che sarebbero palestinesi anche se sono controllate da Israele. Sono state divergenze ma con lo stesso obiettivo finale, aiutare il popolo palestinese. Io sono pronto a rischiare l’arresto, le difficoltà e i pericoli, ma non a rischiare la vita senza un’analisi seria delle modalità con cui si arriva a quella capitolazione, senza una reale possibilità di successo per Gaza, e senza una strategia concreta per proteggere la vita dei volontari e delle persone coinvolte in questo progetto.Eppure lo slogan era rompere l’assedio?Era uno slogan, a noi avevano detto che l’obiettivo era smuovere le coscienze del mondo attraverso questa sorta di azione provocatoria e restare in acque internazionali, ovviamente il più vicino possibile a Gaza. Certo, non mi aspettavo di farmi una vacanza, il rischio era quello di un eventuale arresto in acque internazionali, sapevamo che Israele avrebbe fatto interventi sulle barche, ma la linea rossa era ed è quella di non entrare nelle acque israeliane e nelle acque controllate da Israele perché anche se non riconosciamo la sovranità di Israele in quelle acque, purtroppo in quel mare la legge internazionale non funziona e quindi significa andare a mettersi nelle mani di un esercito che sta compiendo un genocidio, e non credo abbia molto senso.Quando hai capito che invece l’obiettivo era diverso?La lampadina mi si è accesa durante la navigazione, quando ho scoperto che queste linee rosse che ci erano state assicurate prima della partenza, in realtà non erano più le stesse.Le parole del ministro Crosetto e del presidente Mattarella hanno influito?Beh, se il ministero della difesa e il presidente della Repubblica ti dicono di trattare per vie diplomatiche perché non possono garantire la nostra incolumità, non possiamo non dare loro credito, significa che il rischio è reale. Queste parole hanno influito perché per me trovare una soluzione deve includere ancora tutte le possibili strade, anche quelle diplomatiche.Che rischio corrono adesso gli attivisti?C’è il rischio che possa scapparci il morto, la situazione potrebbe sfuggire di mano. Anche ammesso che si riuscisse a rompere il blocco ed entrare nelle acque di Gaza, la distribuzione degli aiuti – che sarebbero comunque in quantità limitata – rischierebbe di trasformarsi in un bagno di sangue, per noi e per i civili palestinesi dato che lo sbarco degli aiuti potrebbe trasformarsi in un caos. E credo che tutti sappiano quanto questa possibilità sia, di fatto, irrealizzabile.Quindi un po’ di paura l’hai avuta?Più che paura, è una visione diversa delle cose, io avrei fatto diversamente e l’ho anche proposto con una lettera. Le missioni umanitarie vanno fatte anche con un po’ di raziocinio, senza andarsi a cercare il massacro, e con un po’ di disponibilità a trattare diplomaticamente, senza rigidità estreme.Cosa hai proposto?Avremmo potuto trattare, e chiedere di seguire la consegna a Cipro degli aiuti fino al confine con Gaza, insieme a qualche attivista e qualche giornalista, ma la mia proposta non è stata presa in considerazione.Ti sentivi di rischiare troppo?Per come si sono messe le cose, direi di sì. Non ero venuto per martirizzarmi. O meglio: non ero venuto per martirizzarmi senza razionalità. Quando ci sono troppe incomprensioni, è chiaro che il rischio aumenta.Cos’è stata per te la Flotilla?Credo che senza questi ragazzi e ragazze, queste persone che sono disposte a tutto per difendere il popolo palestinese, siano arrivati a far parte di un evento storico, creando una attenzione ed un messaggio a livello mondiale e creando una pressione e una attenzione mia vista prima. Sono gli unici ad aver fatto qualcosa per Gaza negli ultimi due anni. Le discussioni e le incomprensioni come la mia hanno senso proprio per migliorare e aumentare l’autocritica e la trasparenza, che devono essere il biglietto da visita per una considerazione mediatica futura che includa professionalità e umanità dei collettivi che svolgono questo tipo di azioni.Tornerai su un’altra Flotilla?Mi dedicherò a fare azioni di questo genere, ma nel modo in cui condivido tutte le modalità organizzative e tutti i rischi. Credo che, visto come sta andando il mondo, la mia vita di fotografo debba essere per forza accostata all’impegno umanitario.