L’affaire di Venezi a Venezia appare al momento senza uscita. Trecento lavoratori della Fenice su trecento, un caso di unanimità più unico che raro per teatri dove di solito tre persone hanno quattro opinioni diverse, non la vogliono, offesi sia dal merito che dal metodo di una scelta insensata. Lei tace; il sovrintendente Nicola Colabianchi, autore del pasticcio, continua a ripetere che Venezi gli piace e quindi deve diventare direttrice di un’orchestra che non vuole farsi dirigere da lei. Silenzio anche dagli ambienti governativi, cioè i veri mandanti di un’operazione mal congegnata e malissimo attuata (o magari davvero Colabianchi l’ha concepita da solo, e allora è davvero un kamikaze). Parla solo il noto critico musicale Giovanni Donzelli, che però curiosamente nella vita non recensisce concerti ma fa il deputato di FdI, il quale spiega categorico che «Venezi è bra-vis-si-ma», non si capisce dal basso di quali competenze o conoscenze (a parte portare il cognome di uno dei maggiori tenori dell’Ottocento, Domenico Donzelli, ma scommetterei che non lo sa). In tutto questo, il vero aspetto interessante di una vicenda così mediocre è la mobilitazione che sta provocando. Nei lanci d’agenzia si accumulano le prese di posizione di orchestrali e in generale lavoratori delle quattordici fondazioni lirico-sinfoniche nazionali, stufi di essere trattati come da definizione di Voltaire degli italiani: «il premio del vincitore» (in questo caso, delle elezioni). A difesa di un minimo di decoro nelle nomine, e del principio che devono essere condivise con chi ci lavora, e di solito dopo aver vinto un concorso, sono scesi in campo i rappresentanti sindacali della Scala, del Regio di Torino, del Petruzzelli di Bari, dell’Arena di Verona, del Maggio musicale fiorentino, ai quali si unirà anche l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e così via. Uno per tutti (e tutti per uno), il comunicato firmato dalla Fials-Cisal di Milano: «Convinta solidarietà alle colleghe e ai colleghi della Fondazione Teatro La Fenice, che in questi giorni stanno portando avanti con determinazione e coraggio la loro protesta contro la nomina del Direttore Musicale, avvenuta senza trasparenza, senza confronto e in aperta contraddizione con i principi di partecipazione che dovrebbero guidare istituzioni culturali di tale prestigio». Poi i lavoratori della Scala spiegano l’ovvio, quello che curiosamente Donzelli, Colabianchi & co. ignorano: «I teatri d’opera sono beni comuni, patrimonio della collettività, costruiti nel tempo grazie al lavoro di artisti, tecnici e maestranze. Le scelte che ne determinano il futuro devono nascere dal dialogo e dal rispetto delle professionalità interne, non da decisioni imposte per logiche estranee all’arte. In queste condizioni diventa estremamente difficile, se non impossibile, costruire quel rapporto di fiducia e di sintonia artistica che rappresenta il presupposto essenziale per ogni autentico progetto culturale». E qui sta il punto. Comunque vada a finire questa vicenda sconcertante, speriamo al più presto, la Fenice sarà di fatto ingestibile, e non solo per i sit-in e le proteste e le mobilitazioni già annunciati. Venezi sempre più appare una vittima della rozzezza altrui, di chi cioè l’ha voluta imporre ex abrupto invece di costruire con pazienza e gradualità un percorso che la portasse a essere accettata. Potrà anche diventare direttrice musicale, ma sarà veramente improbabile che possa stabilire con la sua (forse) orchestra quel rapporto di fiducia e collaborazione che è indispensabile. Peggio ancora Colabianchi, che si trova a gestire un teatro che lo considera all’unanimità inadatto a farlo. Quando Riccardo Muti fu cacciato dalla Scala con circa ottocento voti contrari e tre o quattro a favore (le cifre divergono a seconda delle ricostruzioni), diede le dimissioni. Muti può piacere o no, ma quanto a prestigio e carriera ogni paragone con Venezi o Colabianchi è semplicemente ridicolo. Eppure, quando diventò palese che non lo volevano più, se ne andò. Saggezza, e anche un po’ di dignità personale, suggerirebbe a lei di rinunciare alla nomina e a lui di dare le dimissioni. Ma in tutto questo pasticcio, francamente, la saggezza e la dignità sono già affondate in laguna.