Dai crateri più profondi della controinchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi dirompe ora una storia asfissiante di prove nascoste e soldi raccattati dai parenti tutti per salvare l’assassino dalla scure dell’ergastolo. Una trama torbida di buste passate sottobanco a chi dovrebbe amministrare la giustizia che ci ripiomba nel passato. Ed evoca le inchieste sulle toghe sporche di fine secolo scorso, facendo di questa indagine un viaggio a specchio nell’Italia ingorda e arraffona dove i furbi manomettono le verità, la fanno franca e i fessi pagano, sempre. A maggio scorso spunta da una perquisizione a casa dei genitori di Andrea Sempio (nuovamente indagato da mesi per l’omicidio della Poggi) un pizzino illuminante vergato dal padre Giuseppe: «Venditti gip archivia x 20.30 euro» dove Venditti viene letto per l’allora procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, «archivia» con la richiesta di archiviazione della prima inchiesta sul giovane effettivamente presentata il 15 marzo del 2017 e «gip» come il giudice che otto giorni dopo chiuse il procedimento. E «x» è da leggersi con «per» e quei «20 o 30» starebbero per le migliaia di euro ovvero la somma pagata per ottenere lo stop alle indagini. Gli inquirenti evidenziano a prova una febbrile colletta effettuata proprio in quelle settimane dai genitori di Andrea tra le zie paterne per costituire una cospicua provvista di somme analoghe a quelle parzialmente indicate nel pizzino. In particolare, due zie intestano al fratello Giuseppe Sempio assegni per 43 mila euro che lo stesso deposita per poi ritirare con il figlio Andrea 35 mila euro in contanti. Tutto accade tra il dicembre del 2016 – quando Andrea Sempio finisce nel registro degli indagati della procura di Pavia – e giugno del 2017 con l’ultimo prelievo. Insomma, operazioni «del tutto incongrue rispetto alle ordinarie operazioni bancarie», come scrivono i magistrati. In più ci sarebbero gli incontri «opachi» tra Sempio e due carabinieri prima dell’interrogatorio per poi scoprire - sempre secondo gli inquirenti - che il ragazzo fosse stato in qualche modo edotto delle domande che gli sarebbero state rivolte. A sostegno di quest’ultima ipotesi ci sono diverse intercettazioni: «Ne abbiamo cannata una, che io ho detto che lo scontrino (quello del parcheggio, il suo alibi per quel 13 agosto 2007, ndr) era stato ritrovato dopo che ero stato sentito, che tu hai detto che l’abbiamo ritrovato prima». E le valutazioni sugli inquirenti: «Comunque ha detto che ti chiederà le cose che sono depositate», «a parte che erano dalla nostra... perché mi han fatto alcune domande che io ho capito perché me le facevano». Né va dimenticato un altro fatto rilevante, gli investigatori dell’Arma ripulirono i brogliacci delle intercettazioni di numerose frasi rilevanti di Sempio, andando così ad alleggerire la sua posizione. Quei soldi serviti «per pagare gli avvocati» Di fronte a questa situazione, a circa 30mila euro mancanti all’appello, ospiti in esclusiva in collegamento venerdì a Quartogrado, i Sempio hanno offerto la loro spiegazione, respingendo ogni accusa. Dicono che quei soldi sono serviti a saldare i tre avvocati. Spiegano di averli pagati in contanti. Il penalista Massimo Lovati in qualche modo conferma ma pare una somma davvero significativa – ancor più nel 2017 – da versare ai difensori per una indagine aperta e chiusa in pochi mesi. E desta più di qualche perplessità l’incalzare delle attività di versamento/prelievo incompatibile con i consueti rapporti che regolano in genere una persona a chi l’assiste durante una indagine. Di certo da venerdì qualcosa è cambiato per sempre nello scenario accusatorio a Garlasco. Non è più la procura di Pavia con la nuova dirigenza a riscrivere la storia dell’omicidio di Chiara Poggi con il procuratore capo Fabio Napoleone, ma si affianca anche la procura di Brescia con il capo Francesco Prete sul fronte che coinvolge l’ex collega Mario Venditti, oggi accusato di corruzione in atti giudiziari. L’effetto è domino: da una parte l’opinione pubblica rimane sconcertata che dopo 18 anni ancora non si abbia una verità su questo omicidio, dall’altra trova insopportabile e disorientante che magistrati e persone in divisa possano aver piegato la verità per incassare denaro. Ci sarà ora da capire se queste mazzette sono state davvero pagate, se le ha incassate Venditti o magari qualcuno a sua insaputa nella squadra dei suoi investigatori nel mirino oggi di Brescia. Possibile che un magistrato si sia venduto per qualche mensilità o, forse, c’era un sistema più ampio? O, magari, i Sempio hanno pagato davvero sottobanco soldi importanti per una indagine che proprio Lovati indica che era «vuota» e quindi – di per sé – priva della necessità di difese monstre? L’unica certezza è che le faglie prodotte rimarranno a lungo, la fiducia nella giustizia negli ultimi anni è scesa non di pochi scalini ma di intere rampe. E, quindi, che si arrivi a una rapida e certa definizione è la prioritaria speranza di tutti.