di
Valentina Rorato
Qualche anno fa si pensava che i DNA fossero malattie «del benessere». Un nuovo studio sfata la convinzione: svantaggio economico e basso livello di istruzione sono legati a un maggior rischio di insorgenza dei disturbi alimentari
I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA) sono stati etichettati per anni come «malattie del benessere», ovvero di coloro che provengono da contesti abbienti, nelle cui case non manca il cibo di qualità. Mai pregiudizio si è dimostrato più sbagliato: le persone che vivono situazioni di svantaggio socioeconomico potrebbero essere maggiormente a rischio di sviluppare sintomi di DNA, come diete eccessive, digiuni o abbuffate compulsive.
Lo dimostra uno studio, pubblicato su JAMA Network Open, che ha analizzato i dati dell'Avon Longitudinal Study of Parents and Children (ALSPAC), una ricerca di coorte condotta nel Regno Unito che ha reclutato oltre 14.000 donne in gravidanza tra il 1991 e il 1992. Della coorte originale, 7.824 adolescenti (51,1% maschi) con dati socioeconomici completi sull'esposizione sono stati inclusi nell'analisi finale. La raccolta dei dati ha coperto l'arco temporale dalla gestazione ai 18 anni, con valutazioni degli esiti a 14, 16 e 18 anni.







