Il sistema iOS è un circolo chiuso nel quale i dati restano sui iPhone & C., e i pochi che passano su un server (i pagamenti o le mappe) arrivano criptati per sparire subito dopo

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Gli americani inventano, i cinesi copiano, gli europei regolamentano. Era un detto della tecnologia, ormai stravolto dai fatti: tra americani e cinesi più o meno le parti si sono ribaltate, ma qui da noi siamo rimasti gli stessi. Burocrazia a manetta e norme che vanno dalla misura di un fagiolino fino alla difesa della nostra sicurezza. Con cose buone (il Gdpr è d'esempio per tutti), e punti di domanda. Per dire, sul Digital Market Act: quanta privacy siamo disposti a cedere per far cadere le barriere tra i dispositivi che abbiamo in tasca?La risposta è difficile. Anche se, quando ieri Apple ha attaccato l'Ue in un documento formale - "quella legge dovrebbe essere abrogata per adottare uno strumento legislativo più appropriato" -, la reazione di Bruxelles è stata dura: "Non siamo sorpresi: abbiamo serie preoccupazioni sulla loro conformità dato che sono stati i primi a ricevere una sanzione". Eppure, aldilà della multa di 500 milioni di euro comminata a Cupertino in aprile, la questione non è solo economica. E Apple non ha tutti i torti.Si tratta, in pratica, di filosofia tecnologica. Il sistema iOS è un circolo chiuso nel quale i dati restano sui iPhone & C., e i pochi che passano su un server (i pagamenti o le mappe) arrivano criptati per sparire subito dopo. Su questo non si transige (ricordate il caso dell'attentato di San Bernardino? Ci volle, si dice, un tecnico del Mossad per aprire lo smartphone dei terroristi). Nel mondo Android invece gli sviluppatori hanno campo libero e la privacy è difesa a macchia di leopardo. Si può migliorare da entrambe le parti, però il risultato è che se l'App Store di Apple fosse aperto come vuole l'Europa, le cosiddette "terze parti" potrebbero diventare una seria minaccia. Senza giuste regole, sarebbe come aprire Fort Knox alla Banda Bassotti.