di Barbara Stefanelli
Si può insegnare la matematica dell’amore? Lì, in classe, cattedra e banchi, qualcuno che si distrae in fondo, i professori a volte eroici a volte spenti? Vale o non vale quella che per molti sarà giusto “una pena” in più?
Sull’educazione affettiva integrata nel curriculum degli istituti superiori – o, perché no, anche prima – ci dividiamo tra adulti secondo un copione ormai consumato dai talk show televisivi e frantumato dalle risse digitali. In entrambi i casi, nessuno ascolta: si grida come quando nei dibattiti senti di possedere “la verità”, se pure mai la soluzione. Ci sono i favorevoli (ne sarebbe felice il 70% delle famiglie, hanno ricordato qui una settimana fa Gianna Fregonara e Orsola Riva) e ci sono i contrari (soprattutto a destra, ma anche a sinistra del palinsesto progressista).
Noi ci torniamo perché abbiamo dato la parola a loro. Ai ragazzi e alle ragazze dei licei milanesi. Divisi in due squadre, durante l’estate avevano letto Cara Giulia, il libro-diario di Gino Cecchettin: sono approdati a metà settembre con le loro motivazioni, obiezioni e arringhe finali. Si sono affrontati durante la tappa di CampBus al Tempo delle Donne, la nostra festa-festival alla Triennale di Milano. L’idea del “pullmino” targato Corriere è sempre quella di mettersi lì, nei cortili o davanti ai cancelli delle scuole, per offrire interazioni – non solo tecnologie – che possano aggiungere un pezzo mancante.Argomento-chiave della squadra pro: anche i sentimenti si “imparano”, anzi rappresentano la materia più complessa. E la scuola resta il luogo migliore in cui incontrarsi e discutere, tutti insieme, senza trincee sociali o culturali. Perché non vogliamo credere che la Casa dello studente possa diventare Casa della persona?Argomento-chiave della squadra contro: l’amore non può essere portato in uno spazio dell’obbligo e trasformato in una nozione, di nuovo impacchettata e lanciata dall’alto come un sasso. Davvero pensiamo di fermare i femminicidi con una manciata di ore incastrata tra geografia e italiano?Nello scambio, le strategie prendono intanto forme nuove. Per i pro: chiedere aiuto alle fondazioni, sostenere anche le famiglie, evitare la lezione frontale. Per i contro: cercare spazi extra come i centri sportivi, usare la scuola come intermediaria all’interno di un sistema di supporto che sposti però l’investimento sui genitori, lavorare sulla volontarietà.Il voto alla fine definirà vincitori e vinti, ma non li separerà: per un’ora si sono messi in discussione, si sono scrutati e ascoltati, ragionando sulle contro-obiezioni. Con sguardi come spade, ma disarmati di ogni pregiudizio.I primi allacciati all’ottimismo come a un paracadute. I secondi esploratori di un realismo combattente. La distanza è così sottile che se ne perdono le tracce già durante la foto di gruppo. E nell’incertezza, regola del nostro tempo, una certezza c’è: che Gaia, Ivan, Marco, Emanuele, Rebecca, Victoria, Giorgio, Leandro, Arina ed Emma sapranno riconoscere la violenza – dentro di sé e tutt’intorno – e faranno quanto potranno per fermarla. Prima che sia troppo tardi, prima che si discuta soltanto di reati aggravati e risarcimenti da ricalcolare all’infinito.






