Roma - "Non me ne sono resa conto. Cinque anni. Mi sembra ieri. Era venuto il giorno avanti, qui, a colazione. Era seduto su quel divano. Vitale come al solito, esuberante. Aveva dimenticato una cosa in macchina: era sceso di corsa a prenderla, appena arrivato su...". Sono in casa di Dacia Maraini. Dal terrazzo si vede Roma coperta da un mantello di pioggia.

Cinque anni fa, il 26 settembre, la mattina, colto da un ictus in bagno, moriva Alberto Moravia. Alberto era così irrefrenabilmente vitale da far pensare noi amici all'immortalità. Invece, quella mattina, mentre era sotto la doccia, qualcosa fu più forte di lui e lo gettò a terra nell'atto di afferrare l'asciugamano.

Temo che l'Italia voglia dimenticare quella vitalità. I suoi libri postumi, La donna leopardo, i racconti di Romildo, i testi di viaggio mai raccolti in volume, scritti tra il '30 e gli ultimi mesi di vita, sono stati accolti con una distrazione che ferisce. Persino il suo nome viene stralciato quasi per consuetudine da quegli organigrammi della narrativa del secolo cui molti cronisti prestano volentieri la penna.

Perché questo oblio? Moravia è stato una presenza anche ingombrante della vita intellettuale italiana, per molti anni. L' oblio in cui è caduto è forse la proiezione negativa, anche fisiologica, di quella presenza così prepotente?