È di Lucy Jones, acuta giornalista britannica, il recupero e il rilancio di una parola che non c’era: “matrescenza”. Come ogni vocabolo illuminante, la matrescenza era già lì, in questo caso da sempre (non come i neologismi che raccontano realtà nuove), se ne stava nascosta dentro quella che un’altra grande scrittrice, Siri Hustvedt, definisce «la terra dimenticata della madre e delle madri». Hustvedt è una delle donne che Matrescenza. Gravidanza, parto, maternità, diventare madre (pubblicato da Laterza nella traduzione di Alessandra Castellazzi) individua come autrici della rappresentazione culturale delle madri, una rappresentazione che quasi sempre, nella storia dell’arte, le aveva sbalestrate fuori dal proprio centro. Se ne accorge, Jones, mentre cammina per la Tate Gallery e riconosce il fenomeno della “madre nascosta” nei ritratti vittoriani, in cui le icone mariane esprimono un materno passivo, contenitore e fantoccio, le donne tengono lo sguardo basso ed è il bambino a guardare dritto fuori dalla tela.

«Era interessante - scrive Jones - secondo il mondo che mi circondava, questo stato che ora conoscevo intimamente (il punto in cui mi ero trovata più vicina alla morte, alla nascita, alla crescita, alla co-coscienza, all’estasi, alla rottura), era noioso, o almeno fino a tempi molto recenti indegno di una seria trattazione artistica o critica». La rimozione del corpo materno, anche nella società contemporanea – soprattutto in questa, con la minimizzazione o il disprezzo del lavoro delle madri anche da parte di donne che lo hanno introiettato, legittimamente, come forma di liberazione più che dall’esperienza dall’istituzione strumentalizzata dalla società patriarcale, è l’abbrivio da cui prende le mosse questo bellissimo saggio. Dopo la sua prima esperienza di parto, Lucy Jones, intellettuale e femminista, scrive: «Benché avessi sempre voluto figli (…) mettere in discussione il mio approccio alla maternità è stato sconvolgente. Ho scoperto di averla sempre giudicata meccanica e non intellettuale, di scarso merito e scarso valore, noiosa, niente di eccezionale. […] Non volevo avere un’aria da mamma. Non volevo portare l’onta della maternità sfigata, per usare le parole di Rufi Thorpe». Quando comincia a cercare la lingua adatta a raccontare quello che le sta succedendo (con l’occhio della giornalista e della studiosa che non si capacita di vivere un’esperienza sconvolgente senza poterla trasmettere), Jones si accorge che a ostacolare il racconto autentico della maternità è innanzitutto l’insufficienza del lessico, prima ancora dell’assurdità delle teorie, che nei secoli sono state inventate da filosofi, ginecologi, scrittori, tutti maschi, tutti prontissimi a pontificare sui cambiamenti del corpo delle donne, sulle regole dell’educazione dei bambini, in una visione totalmente scollegata dal corpo. Manca l’effetto della gravidanza e del parto sul cervello, sul sistema endocrino e immunitario, sulle facoltà cognitive, sulla psiche e sul senso di sé di una donna dal primo istante in cui resta incinta, anche quando ancora non lo sa, anche quando ancora non se n’è accorta: «Capivo che si trattava, in parte, di un fallimento del linguaggio. Il nostro lessico preclude il materno».