di

Matteo Castagnoli e Pierpaolo Lio

Mercoledì 17 settembre venne trovato agonizzante nel suo studio vicino alla stazione Centrale dal figlio. Aperta un'inchiesta in Procura per omicidio. La polizia analizza telecamere e tabulati telefonici

La telefonata: «Mio padre si è sentito male, venite». I tentativi di rianimarlo. La morte all’arrivo in ospedale. E la scoperta dei medici di quei segni sul collo. «Lesione circonferenziale del collo», oltre alle «multiple escoriazioni». È passata una settimana dalla morte di Maurizio Rebuzzini, 74enne giornalista e critico fotografico. E i primi risultati dell’autopsia, effettuata martedì, sembrano rafforzare l’ipotesi degli investigatori: omicidio. Per il medico legale, sono segni compatibili con una morte per asfissia. Ma per una risposta definitiva servirà aspettare gli esiti degli esami istologici in laboratorio.

Il ritrovamento del figlio: «Mio padre si è sentito male, venite»A scoprire, il 17 settembre, il corpo di Rebuzzini era stato il figlio Filippo, 44 anni. L’aveva cercato pochi minuti prima. Di fronte al telefono stranamente muto, s’era avviato verso lo studio che faceva da «casa» a quella rivista, FOTOgraphia, a cui il padre (in passato anche docente a contratto per l’università Cattolica di Brescia) aveva dedicato anni, fino a farne un punto di riferimento del settore. Il figlio — che collaborava con il padre, mentre il fratello si dedica ai video — aveva chiamato i soccorsi alle 18.42, dopo aver scoperto il corpo a terra. Otto minuti prima, alle 18.34, aveva provato a contattare il padre. Nessuna risposta. E allora, poche centinaia di metri a piedi; l’ingresso al civico 2/A di via Zuretti, alle spalle della stazione Centrale di Milano; la vista del padre agonizzante a terra, sul ballatoio macchiato di sangue; la chiamata al 118; i tentativi di rianimarlo; la corsa disperata, invano, verso l’ospedale.