Cosa sia doping pare facile. Dal punto di vista giuridico, l’assunzione di sostanze contenute in una lista di prodotti vietati. Eccitanti, diuretici, anabolizzanti. Non ci sono equivoci. Sono dopanti quei prodotti considerati in grado di alterare un risultato, di far crescere cioè in modo sleale e scorretto il rendimento atletico durante una competizione.
Il punto è la definizione di slealtà, perché lungo una strada parallela alle prestazioni sportive corre la strada della ricerca scientifica e parascientifica, il lavoro di un ambiente nel quale possono convivere dotti medici e cialtroni. Nel migliore dei casi studiano per scoprire i limiti di un corpo umano, nel peggiore per cercare espedienti e stratagemmi.
Non era doping l’autoemotrasfusione quando apparve sulla scena sportiva degli anni Ottanta. Lo diventò. Così come non era considerato scorretto costruirsi una diabolica bicicletta per battere il record dell’ora. Oggi non si può. Erano soluzioni pensate per andare oltre i limiti conosciuti, per spingersi in un territorio nuovo. Questo fa l’umanità da sempre e in ogni caso, con la sua sete di conoscenza, con la frequentazione di vizi e di virtù.
A rileggere dopo tutti questi anni le parole dei vecchi ricercatori, si scoprono uomini che si dichiararono convinti di lavorare in nome del futuro e del progresso, dentro uno spazio grigio contenuto nel perimetro di regole fissate. A metà degli anni Ottanta, Mario Fossati scrisse su questo giornale che il ciclismo aveva voltato pagina, e gli fu immediatamente chiaro che “le antiche regole dell’antico sport ne usciranno sovvertite”.






