Com’è tristemente noto, da decenni la ricerca in Italia è sottofinanziata rispetto ad altri Paesi avanzati. Le risorse sono limitate e i canali di finanziamento sono pochi. Nondimeno, avevamo sperato (e continuiamo a sperare) in un cambio di passo, soprattutto dopo la risposta compatta che il Parlamento ha dato nel febbraio scorso alla mozione per la ricerca proposta dalla senatrice a vita Elena Cattaneo e sostenuta dalla ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini. Con voto unanime, la politica si impegnava a garantire il minimo indispensabile per la sopravvivenza della ricerca pubblica: un finanziamento stabile, l’emanazione di almeno un bando per Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) all’anno con tempi certi e un comitato per definire linee guida di valutazione di progetti. Un’esigenza, quest’ultima, resa ancor più urgente dalle criticità del Comitato nazionale per la valutazione della ricerca (CNVR) nella gestione del bando “Fondo Italiano per la Scienza-2” (FIS-2), denunciate sia in Parlamento sia sulla stampa.
È tempo, quindi, per passare dalle parole ai fatti: investire in ricerca non è mai una spesa superflua, ma il motore che trasforma energia potenziale in valore reale per il benessere culturale, economico, sociale, e politico del Paese. Eppure, nessun governo è mai riuscito ad assicurare finanziamenti regolari nel tempo, né economicamente adeguati. Peraltro, non basta aumentare i fondi. Serve premiare il merito dei progetti, evitando che parametri bibliometrici esasperati diventino l’unico criterio di selezione. Le conseguenze sono evidenti: talenti che emigrano, difficoltà ad attrarne di nuovi e incapacità a recuperare parte dei fondi che versiamo nel bilancio comune europeo della ricerca.






