Il 2026 sarà, forse, l’anno in cui chi fa ricerca pubblica in Italia potrà finalmente iniziare a contare su una programmazione dei bandi e un finanziamento continuativo. Il disegno di legge per il Bilancio 2026, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 17 ottobre, presentato in Senato il 30 ottobre, dove inizierà il suo iter parlamentare, apre infatti qualche spiraglio. L’articolo 107, relativo alle misure in materia di Università e ricerca, prevede un Piano triennale comprensivo di un cronoprogramma di finanziamento e propone l’istituzione di un Fondo unico per la programmazione della ricerca, coto come FPR.
Il “forse” è, però, d’obbligo perché, se la programmazione rappresenta un eccezionale elemento di novità, sul fronte delle risorse la proposta del governo è ancora carente. Il testo parla, infatti, di appena 150 milioni di euro da destinare al finanziamento dei bandi per Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) a decorrere dall’anno 2026 (per confronto, l’ultimo bando PRIN del 2022 è stato di 749 milioni di euro complessivi).
I PRIN sono quei bandi che, ad oggi in Italia, rappresentano l’humus su cui piccoli e grandi gruppi di ricerca e giovani studiosi possono sviluppare le proprie idee, consolidare collaborazioni scientifiche e produrre dati e conoscenze necessari per partecipare a progetti competitivi europei e internazionali. Si tratta di fondi indispensabili a garantire i contratti e gli incarichi ai molti giovani che vogliono cimentarsi nella ricerca di qualità, coltivando insieme l'ambizione di una progressiva autonomia.







