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Recentemente in California una giuria ha condannato Meta, l’azienda di Facebook e Instagram, per aver usato a scopo di marketing informazioni sulla salute riproduttiva di milioni di donne comprate dall’app Flo senza il consenso delle utenti. Il caso era nato nel 2021 con una class action contro Meta, Flo Health, Google e la società di raccolta di dati Flurry. Tutti chiusero poi la questione con accordi privati tranne Meta, che fu l’unica ad arrivare a processo.
È l’ultimo sviluppo di un dibattito che va avanti da anni, cioè da quando le app per il monitoraggio delle mestruazioni hanno cominciato a essere usate da milioni di donne: sull’uso dei dati che raccolgono e sui rischi della diffusione di questi dati per le utenti. Oltre che negli Stati Uniti è un problema anche in Europa. In Italia il Garante della privacy ha avviato un’istruttoria su diverse app proprio per verificare che il trattamento dei dati personali sia sicuro e rispettoso.
Flo è probabilmente la più diffusa delle cosiddette cycle tracking apps (dette anche cta), ovvero applicazioni che aiutano a tenere traccia delle mestruazioni, ma possono raccogliere anche informazioni sulla fertilità, sull’uso di contraccettivi, su dolori, umore, patologie e farmaci. La maggior parte di queste applicazioni si può usare sia gratuitamente – per registrare le mestruazioni e poco altro – sia pagando. In questo secondo caso si ha accesso a funzioni più sofisticate che richiedono di inserire maggiori informazioni per ottenere consigli e resoconti. Nel 2024 Flo disse di aver circa 70 milioni di utenti attive al mese e 5 milioni a pagamento.







