NEW YORK Mentre l'Italia scende in piazza per Gaza, a New York i riflettori sono accesi sul riconoscimento dello Stato palestinese, un dossier rovente che ha monopolizzato l'avvio dei lavori dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un segnale lanciato da Francia, Gran Bretagna e altri nove Paesi contro l'inarrestabile violenza scatenata da Benjamin Netanyahu sulla Striscia di Gaza e che Donald Trump oggi, nell'atteso intervento al Palazzo di Vetro, si appresta a stroncare con forza. Ad anticipare lo stop che il tycoon farà riecheggiare nell'imponente sala oro delle Nazioni Unite è la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, spiegando che l'iniziativa capitanata da Parigi per Trump equivale né più né meno che a «una ricompensa per Hamas». Una doccia gelata per i Paesi, Francia e Gran Bretagna in testa, che hanno deciso di sfruttare la cornice dell'Unga per tentare nella mission impossible di indurre Bibi a ragionare, fermando le violenze sulla Striscia e il piano per l'annessione della Cisgiordania.
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Dopo l'annuncio del primo ministro britannico Keir Starmer - tutt'altro che scontato, tanto più con una moglie e due suoceri ebrei in casa - ieri al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite è stato Emmanuel Macron ad ufficializzare, «in nome della pace», il sì della Francia allo Stato della Palestina, trascinando dietro di sé il Canada e altri 9 Stati, e portando a tre il numero dei Paesi del G7 che hanno scelto di lanciare un segnale percorrendo una strada fortemente osteggiata da Israele. «È l'unico modo di fornire una soluzione politica ad una situazione che deve finire», si è detto convinto il Presidente francese, incassando un successo diplomatico - ammesso alla fine si riveli tale - che gli consente di tirare il fiato dopo un anno in cui ha inanellato una crisi dietro l'altra, con i cambi di governo che hanno assunto la stessa cadenza dei cambi di stagione negli armadi. La fuga in avanti di Parigi era stata decisa e annunciata nel luglio scorso, in solitaria, ed era tutt'altro scontato che Macron - complice la violenza brutale di Israele sulla Striscia di Gaza - accendesse un fiammifero capace di far propagare un fuoco, una fiammella dopo l'altra. «Se parliamo di una soluzione a due Stati, allora devono esserci due Stati, ed è per questo che gli Stati membri hanno preso provvedimenti per riconoscere» lo Stato palestinese, dice, sempre da New York, l'Alta rappresentante dell'Ue per la Politica estera, Kaja Kallas. Ma in Europa restano spente le fiammelle di due grande paesi fondatori come Germania e Italia, con Roma convinta che riconoscere lo Stato della Palestina solo su carta non serva a molto. O rischi, ricalcando le parole della premier Giorgia Meloni, di essere addirittura "controproducente". «Noi siamo favorevoli al riconoscimento dello Stato della Palestina, ma prima bisogna costruirlo - mette in chiaro il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, incontrando i cronisti in un albergo a due passi da Central Park - e noi siamo lavorando per fare questo. Abbiamo molti incontri per costruire il futuro della Palestina ma non possiamo certamente fare un favore ad Hamas», rimarca il responsabile della Farnesina, lasciando intendere - qualche ora prima che dalla Casa Bianca arrivi l'altolà di Trump - che l'iniziativa francese rischia di trasformarsi in assist. «Non c'è oggi uno Stato palestinese. Dobbiamo costruirlo», afferma Tajani, ribadendo la disponibilità dell'Italia a «partecipare anche con militari a una missione che, appena ci sia il cessate il fuoco, possa lavorare per la riunificazione della Cisgiordania con Gaza».












