“Ha pianto durante l’addestramento?”. “Basteranno cento assorbenti per una missione di sette giorni?”.
Sollevate dalla stampa e dagli ingegneri della Nasa, sono questioni cui lei rispose sempre con garbo, tutt’al più precisando di preferire “dottoressa” o “Sally” al più comune “Miss Ride” con cui la si approcciava. Le domande a Sally Kristen Ride, prima americana volata in orbita, nel giugno del 1983, testimoniano quanti stereotipi innervassero l’ambiente spaziale fino a pochi decenni fa, quando nel proprio equipaggiamento un’astronauta trovava un kit per i trucchi.
Le domande - “irrilevanti”, le definiva lei - si acculano nel biografico Sally, documentario diretto da Cristina Costantini, prodotto da National Geographic e disponibile su Disney +. Non è solo uno spaccato capace di raccontare come anche un settore d’avanguardia esprimesse una politica esclusivista; è il resoconto delle conseguenze ben oltre una singola vita, che pure ne venne segnata.
E sì che gli inizi sembravano promettenti. La prima donna a galleggiare fra le stelle, lo aveva fatto vent’anni in anticipo sulla Ride. Operaia senza una preparazione specifica ma dal solido credo comunista, Valentina Tereškova doveva simboleggiare la supremazia del progressismo spaziale sovietico, in quel momento soverchiante. Peccato, per lei e tutte le cosmonaute, che la propaganda si scontrò con le difficoltà della missione, lasciandola, dopo 69 orbite sulla Vostok 6, malconcia e non in grado di completare i test previsti. Prima della foto di rito, dovette essere trasportata in ospedale, cosa che per il progettista capo del programma, Sergej Korolëv, equivalse a una sentenza: nessun’altra avrebbe solcato lo spazio finché lui sarebbe stato vivo.







