In piedi stremato davanti alla panchina, alla duecentesima sigaretta smozzicata, mentre osservava il tiro di Cataldi stamparsi sul palo a tempo scaduto, oppure Belahyane e Guendouzi farsi saltare ancora i nervi, la sua Lazio finire in nove e perdere un altro derby, Maurizio Sarri avrà pensato: “Ma chi me l’ha fatto fare?”. La sua seconda esperienza biancoceleste peggio non poteva iniziare. E non tanto per la classifica disastrosa, solo tre punti conquistati, già tre sconfitte in quattro partite. E nemmeno per il derby perso, tra l’altro pure immeritatamente, una partita che per mancanza di ambizione e provincialismo a Roma vale spesso metà stagione (l’altra metà è quello di ritorno). È proprio la prospettiva di un campionato che a settembre sembra già non avere futuro, senza investimenti, senza gioco, senza obiettivi concreti. Che cosa è tornato a fare Sarri alla Lazio.

Lotito l’ha fregato non una, ma due volte. La prima nel 2021: sembrava che il patron si fosse deciso finalmente al salto di qualità definitivo con un allenatore da scudetto, invece prese solo quello e non tutto il resto. Sarri capì ben presto che non avrebbe avuto il mercato all’altezza che gli era stato promesso, nemmeno una squadraccia per carità, la solita accozzaglia di talenti inattesi e giocatori improbabili che con due spicci ogni anno Lotito mette su per vivacchiare ai piani alti. Si ritrovò a fare le nozze con i fichi più o meno secchi e ci è pure riuscito: quinto posto il primo anno, addirittura secondo nel 2023 dietro al Napoli con qualificazione in Champions (soprattutto per demeriti altrui, però), esonerato al terzo quando il giochino si era definitivamente rotto. La seconda volta invece ha proprio i contorni della farsa, con una squadra ancora più scarsa della precedente, neppure migliorabile a causa del mercato bloccato per lo sforamento dell’indice di liquidità che la proprietà gli aveva nascosto al momento dell’ingaggio. Un raggiro bello e buono, la beffa oltre il danno.