Quasi duemilacinquecento anni fa. È Socrate a parlare. Nel Fedone di Platone. «Gli Dei si prendono cura di noi e noi siamo un loro possesso. […] Quindi, considerata la cosa sotto quest’aspetto, sembra logico che l’uomo non deve uccidere se stesso prima che Dio lo abbia in qualche modo posto in una tale necessità, come quella in cui ora sono stato posto io». Circa quattro secoli dopo, ascoltiamo Cicerone nel De senectute: «Pitagora vieta che ci si allontani dal proprio presidio e corpo di guardia della vita senza il permesso dell’imperatore, cioè di Dio».

L’indisponibilismo – secondo cui un uomo può disporre liberamente dei suoi “modi d’essere”, ma non del proprio “essere o non essere” – ha dunque radici remote, più antiche dell’analoga visione cristiana. Gli si contrappone la tesi che invece considera completo il dominio dell’individuo sul proprio corpo, sino al gesto autosoppressivo: la mia morte appartiene a me, poiché – dice Balzac ne La pelle di zigrino – «chaque suicide est un poème sublime de mélancolie».

Ma sino a che punto l’indisponibilismo – così rigido nella sua assolutezza – ha senso quando la vita diviene mera sopravvivenza fisica, quasi senza relazioni col mondo esterno? Vita completamente affidata, per di più, al sostegno di apparecchiature che suppliscono le funzioni organiche naturali, oramai inattive? È pertanto lecito – sia eticamente, sia giuridicamente – prestare aiuto alla persona che si trova in condizioni tali da non essere autonoma neppure nel suicidarsi?