Nell’immaginario collettivo, Chernobyl resta sinonimo di silenzio, abbandono e catastrofe. Eppure, se oggi varchi i confini della Zona di Esclusione, non trovi solo palazzi vuoti e giostre arrugginite: tra le strade invase dalle erbacce, tra i ruderi che il tempo sta inghiottendo, ti può apparire un branco di cavalli che corre libero. Sono i cavalli di Przewalski, gli ultimi cavalli selvaggi del pianeta.

Torna la vita a Chernobyl, l’ex centrale è diventato il paradiso degli animali

06 Ottobre 2015

Dal rischio di estinzione a Chernobyl

Questi equini, originari delle steppe euroasiatiche, erano praticamente scomparsi in natura negli anni Ottanta. Tra il 1998 e il 2004, conservazionisti ne liberarono 36 esemplari nella zona di esclusione radioattiva ucraina. Da lì la sorpresa: nel giro di pochi anni la popolazione quasi raddoppiò, spingendosi fino alla Riserva radioecologica di Polesie, in Bielorussia. Non sono numeri enormi, ma raccontano una resilienza straordinaria. “Quando si riduce il numero di individui, si perde gran parte della loro variabilità naturale. L’obiettivo è mantenere la massima diversità possibile e prevenire l’endogamia, per resistere ai cambiamenti ambientali e sopravvivere a lungo termine”, ha spiegato il ricercatore Peter Schlichting della Arizona State University.