Un dato su tutti: l’80 per cento circa del fabbisogno di vitamina D, gruppo di pro-ormoni liposolubili costituito da 5 diverse vitamine (D1, D2, D3, D4 e D5), ci arriva dall’esposizione quotidiana ai raggi solari. Il resto dall’alimentazione. Mai come negli ultimi anni ne è stata compromessa l’assunzione anche e soprattutto per il confinamento prolungato al chiuso causa pandemia e il conseguente adattamento degli stili di vita che si è protratto a lungo. Non parliamo solo di anziani che, fisiologicamente, tendono a uscire meno. Ma dell’intera popolazione: il 70 per cento di italiani non ne ha a sufficienza. Il tema è serio: a lungo andare il deficit da vitamina D può, infatti, tradursi in disturbi e patologie importanti visto che la buona salute del nostro organismo passa anche da qui. Se non ne assumiamo a sufficienza, ci ricordano gli specialisti, «potremmo incappare nelle cosiddette “malattie da civilizzazione”: disturbi cardiovascolari, diabete, patologie autoimmuni, in casi estremi anche cancro». Stare quanto più possibile all’aperto ci permette di immagazzinare il giusto quantitativo di vitamina D. Con l’autunno e l’inverno, quando le ore di luce vanno via via riducendosi, dovremo aiutarci una volta di più con l’alimentazione. Francesca Beretta, biologa nutrizionista e autrice di due libri — Giù la pancia e Giù la pancia… su il morale! — ci spiega in che modo.