Il momento sembra storico, perché, per la prima volta dalla rivoluzione industriale, L’Europa cerca di guidare la sua industria su un percorso definito da politiche ambientali e meno da innovazione e da dinamiche di mercato. Il prossimo primo gennaio 2026 entrerà nella sua fase cruciale il mercato dei permessi di emissione di CO2, il principale strumento delle politiche climatiche europee. Il sistema (Emission Trading System, Ets), tutto basato su regole definite a tavolino, creerà un deficit di permessi forzando le industrie a comprare in grandi quantità i permessi. Era dal 2003, dalla prima Direttiva Ets, che si sapeva che sarebbe finita l’allocazione gratuita durata per vent’anni e che si applica, nella prima fase, a 12 mila impianti industriali in tutta Europa e a circa mille in Italia. Teoricamente è tutto semplice, basato su un approccio di mercato, quello dominante negli ’90, celebrato nel 1997 col protocollo di Kyoto. Ogni impianto che emette CO2 deve avere dei permessi, dati questi fino ad oggi gratuitamente in base alle sue emissioni del passato, quelle storiche. Se vuole emettere di più, deve comprare permessi, se riesce ad emettere meno, vende sul mercato i permessi. Dal prossimo gennaio alcuni settori sotto Ets, saranno obbligati a comprare i permessi, perché l’allocazione gratuita dovrà progressivamente cessare: dal 2026 verrà dato solo il 97,5% dei permessi storici, o gratuiti, per scendere a zero nel 2034. I prezzi, dormienti fra il 2000 e il 2017 a 5 euro, sono schizzati a 100 euro per permesso, o per tonnellata di CO2 emessa, nel maggio del 2023, per poi scendere negli ultimi mesi a 70-75 euro.
I tagli alle emissioni imposti a tavolino affossano l’industria Ue
Dal primo gennaio 2026 entrerà nella fase cruciale il mercato dei permessi (Ets), il principale strumento delle politiche climatiche europee






