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Mercoledì scorso Kevin Charbel, un operatore dell’organizzazione umanitaria Première Urgence Internationale, ha chiesto per nove ore all’esercito israeliano di rimandare la demolizione di un palazzo di 13 piani nella città di Gaza, che Israele avrebbe iniziato a occupare militarmente via terra pochi giorni dopo. L’esercito sosteneva che l’edificio ospitasse una base dell’intelligence di Hamas, e quindi andasse distrutto (è una giustificazione che Israele usa molto spesso, senza poi portare prove). Al suo interno però c’era il più importante magazzino di reperti e opere d’arte rinvenuti in oltre 25 anni di scavi archeologici nella Striscia di Gaza.
Charbel, insieme ad alcuni operatori e volontari, alla fine è riuscito ad accordarsi con il Patriarcato latino di Gerusalemme per trasferire migliaia di opere in un luogo sicuro. Hanno lavorato in condizioni disastrose, sotto la continua minaccia di attacchi e bombardamenti israeliani, che vanno avanti nella città di Gaza (come nel resto della Striscia) da quasi due anni. A inizio settembre l’esercito aveva ordinato a tutti gli abitanti di spostarsi verso sud, con un ordine di evacuazione a cui è seguito l’inizio delle operazioni di terra nella città. Praticamente tutti gli abitanti si erano già dovuti spostare decine di volte nel corso della guerra, e non sanno più dove andare, dato che Israele ormai occupa gran parte del territorio della Striscia e anche le poche aree indicate come “sicure” vengono bombardate.










