Si farà sentire ancora, Sergio Mattarella, anche se deve sembrargli uno sforzo inutile, una fatica di Sisifo. Se interverrà, a modo suo, sarà in base al livello d’allarme che percepirà dal confronto/scontro tra i partiti. Dovrà farlo perché disintossicare il clima quando la lotta politica si radicalizza nel linguaggio incendiario degli ultimi giorni — che lo ha sorpreso — rientra nei doveri d’ufficio di un moderatore istituzionale quale lui è. «Bisogna disarmare le parole», ha detto di recente papa Leone XIV. Lui la pensa allo stesso modo e ne ha dato infinite prove, esortando tutti ad «abbassare i toni» e a contenere gli eccessi della retorica davanti ai rischi di «imbarbarimento della società» e di fomentare la violenza. Deragliamenti che si ripetono, dato che viviamo in una campagna elettorale permanente.
La fatica (spesso inutile) dei presidenti per disarmare le parole della politica
È un destino toccato a tutti i capi dello Stato degli ultimi trent’anni, quello di dover esortare le forze politiche a un codice di comportamento di lealtà e correttezza






