C’è chi vede il dito e chi la luna. C’è chi vede gli zero tiri in porta e chi i 47 tocchi, 3 passaggi chiave, una grande occasione creata, 4 duelli a terra e 2 duelli aerei vinti, ovvero tutto ciò che ha permesso all’Inter di giocare come si deve in quel di Amsterdam. Non è da un gol che si giudica un giocatore, nemmeno se questi è un centravanti come Pio Esposito. È semmai dalla capacità di rendersi utile a prescindere dal gol che si giudica un centravanti, soprattutto se, all’apparenza, è di razza, vecchio stampo, di quelli che non ne facevano più da 15-20 anni, ditela un po’ come volete, ci siamo capiti.

Novantaquattro sulla maglia, Nove nell’anima. Un tempo al bar sport li chiamavano centravanti-boa, ma guai a rispolverare il nomignolo, sarebbe riduttivo per uno che non sta affatto fermo lassù ad aspettare il pallone. Esposito se lo viene a prendere, si mette sempre “in luce”, come dicono quelli bravi. E poi non si limita a semplici sponde, ma ha un ventaglio di soluzioni- aperture, appoggi, sventagliate- da regista offensivo. Si vede che Dzeko è il giocatore in cui si vede di più e che ha probabilmente visto di più in video, e magari anche dal vivo quando il bosniaco vestiva nerazzurro e Pio si affacciava alla Primavera allenata, guarda un po’, da Chivu. Ogni volta che riceve il pallone, il 94 nerazzurro sa già come smistarlo. Con il pensiero, Esposito anticipa sia la giocata sia i movimenti. È utile un esercizio: mentre Barella, Calhanoglu e compagni fanno girare il pallone, osservate quante volte Pio accenna il movimento per occupare lo spazio potenzialmente migliore per lo sviluppo dell’azione.