La paura corrode le democrazie. E ad alimentarla può essere la demografia, se vissuta come una minaccia per la convivenza civile: con la proiezione d’un futuro distopico in cui non sapremo più chi siamo e in cosa crediamo. Sta succedendo in Israele, col calvario di Gaza e le continue brutalità in Cisgiordania. Sta accadendo in America, con un clima d’odio che richiama alla mente un film tragicamente di successo dell’anno scorso, Civil War. Ma capita anche da noi, in Europa, con la crescita delle intolleranze e del discorso pubblico violento, in un assurdo ritorno degli opposti estremismi.Mesi prima dell’assassinio di Charlie Kirk, il politologo Robert Pape ha messo in fila sulla rivista Foreign Affairs qualche sondaggio che, riletto oggi, suona quale cupa profezia. A gennaio 2024, il 15% degli americani pensava che la violenza fosse accettabile per indurre parlamentari e funzionari governativi «a fare la cosa giusta». E a giugno 2024, il 10% degli intervistati (pari a ventisei milioni di cittadini) riteneva l’uso della forza appropriato per impedire a Trump di ridiventare presidente mentre il 7% (diciotto milioni) sosteneva l’opzione violenta pur di riportarlo alla Casa Bianca. Pesava, certo, l’ombra lunga del 6 gennaio 2021, con l’assalto a Capitol Hill e la faglia profonda aperta allora nelle coscienze dei cittadini (il 40% reputava «patrioti» i rivoltosi).