di
Elisabetta Andreis
Critico, docente, divulgatore, dal 1972 Rebuzzini ha intrecciato la storia della fotografia con la cronaca del costume. Era docente a contratto all’università Cattolica e curatore di mostre e collezioni
Era capace di trasformare un portacenere Kodak in una lezione di estetica. Di coccolare un coltellino Nikon, una torcia a forma di obiettivo grandangolare, un accendino-macchina fotografica. Non era collezionismo eccentrico: per Maurizio Rebuzzini la fotografia era corpo, oggetto, memoria. Non immagine da contemplare, ma materia viva da toccare, annusare, custodire.
Sugli scaffali in via Zuretti a Milano, convivevano manuali ottocenteschi e gadget pop degli anni Ottanta e Novanta: l’inventario di un uomo che aveva capito, molto prima di altri, che l’immaginario fotografico non nasce solo nei musei ma anche nei cassetti di casa.











