Continuità addio. Su pedofilia, lgbt e diaconato femminile si inizia a registrare il divario totale tra Francesco e Leone XIV. È quello che emerge dall’intervista a Prevost pubblicata nel volume León XIV. Ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI della vaticanista di Crux, Elise Ann Allen. Posizioni che fanno comprendere maggiormente perché i cardinali conservatori, acerrimi nemici di Bergoglio, in conclave si sono schierati fin da subito a favore della candidatura di Prevost. Quelli stessi porporati che oggi, all’interno della Curia romana, vengono visti come gli “azionisti di maggioranza” del pontificato di Leone XIV. La distanza notevole tra i due ultimi papi si registra innanzitutto sul tema della pedofilia. Un Prevost molto “garantista”, soprattutto nella gestione delle denunce.
Il Papa, infatti, ribadisce “grande rispetto” per gli abusati, citando le statistiche che mostrano che “oltre il 90% delle persone che si fanno avanti e muovono accuse sono autentiche vittime”. Ci sono, però, secondo Prevost, “casi comprovati di qualche falsa accusa” e ad alcuni sacerdoti “è stata distrutta la vita”. L’accusa “non annulla la presunzione di innocenza”, osserva il Papa, sostenendo che “anche i sacerdoti devono essere protetti, o l’accusato deve essere protetto, i suoi diritti devono essere rispettati. Ma anche dirlo a volte è causa di maggiore sofferenza per le vittime”. Però c’è di più. Leone XIV afferma che “la questione degli abusi sessuali non può diventare il fulcro della Chiesa. La stragrande maggioranza delle persone impegnate nella Chiesa, sacerdoti, vescovi e religiosi, non ha mai abusato di nessuno. Quindi, non possiamo far sì che l’intera Chiesa si concentri esclusivamente su questo tema”. Molti osservatori ricordano che una delle critiche più feroci che nella Curia romana era stata fatta contro Francesco era proprio che sarebbe passato alla storia come “il Papa della pedofilia” per la sua costante condanna, con parole molto forti e norme inedite e stringenti, degli abusi. Il rischio adesso è che si possa ritornare alla mentalità dominante durante il pontificato di san Giovanni Paolo II con un’eccessiva tutela per i preti accusati e una scarsa attenzione per le vittime.







