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Parlando con Politico la settimana scorsa, dopo che Israele aveva bombardato i negoziatori di Hamas radunati in Qatar per discutere una proposta statunitense di cessate il fuoco a Gaza, un funzionario della Casa Bianca ha detto: «Tutte le volte che facciamo progressi [sul cessate il fuoco], sembra che [Netanyahu] bombardi qualcuno di nuovo». In base alle informazioni finora disponibili (ma ancora incomplete) i bombardamenti israeliani in Qatar non hanno ucciso i negoziatori, però hanno fatto crollare per l’ennesima volta le trattative per un cessate il fuoco.

Non sappiamo se l’obiettivo primario del bombardamento in Qatar fosse davvero ostacolare i negoziati, ma in ogni caso il primo ministro Benjamin Netanyahu ha approvato l’operazione con la consapevolezza che questo sarebbe stato il risultato. Non è la prima volta: dall’inizio della guerra Netanyahu ha usato tattiche retoriche, sotterfugi, ripensamenti e operazioni militari per prolungare la guerra nella Striscia di Gaza, come si vede anche in questi ultimi giorni con l’inizio dell’attacco di terra alla città di Gaza.

Da tempo molti media e analisi sostengono che Netanyahu stia prolungando la guerra a Gaza per interesse personale. Continuare la guerra è la condizione imposta a Netanyahu dai due alleati estremisti da cui dipende il suo governo, il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich. Ogni volta che si presenta la possibilità di porre fine ai combattimenti, i due minacciano di far cadere il governo; e ogni volta Netanyahu cede e va avanti.