Parlare con i Nomadi significa parlare con un pezzo di storia d’Italia. Non solo perché il gruppo fondato da Beppe Carletti (tastiere e fisarmonica) e Augusto Daolio (voce) gira dal 1963, ma perché in tutti questi anni è sempre rimasto a bassa quota, per scelta. “Non abbiamo smesso di frequentare le feste di piazza, specie al Sud”, racconta lo stesso Carletti, classe 1946, emiliano d’acciaio e nessuna intenzione, giura, di farsi da parte. È da quella prospettiva, dice, che si vede davvero il paese. Dalla morte di Daolio, nel 1992, è rimasto l’unico a portare avanti l’eredità e l’unità del gruppo, in cui intanto si sono susseguiti oltre venti musicisti, in tutti i ruoli, frontman compreso, fedeli allo spirito nomade degli esordi. Ma la carovana oggi indossa l’abito buono, perché esce questo Live al Teatro Dal Verme, album dal vivo registrato a un concerto a Milano dello scorso anno, al Teatro Dal Verme. Ovviamente ci sono tutti i classici, da Dio è morto a Io vagabondo (che non sono altro). “Non potevamo che descriverci con un live”, continua Carletti.

Pensi, oggi i dischi dal vivo neanche si fanno più.

“Per noi la dimensione dal vivo resta fondamentale, sarà che siamo nati proprio così. Io e Daolio eravamo due campagnoli emiliani con il sogno della musica: a 16 anni, un’estate, ci caricano su un furgone per portarci a Riccione. I Nomadi, di fatto, nacquero lì: suonando io e lui, lui ed io, tutte le sere, per 77 giorni di fila”.