Greta Thunberg lascia il comitato direttivo della flottiglia. «Tutti abbiamo un ruolo: il mio sarà come organizzatrice e partecipante», ha detto al Manifesto. Il pluripremiato giornalista Yusuf Omar, reporter di guerra in Siria, abbandona la navigazione per «differenti strategie comunicative». E anche Stefano Rebora, il presidente dell’Ong di Genova “Music for Peace”, ha rinunciato alla missione via mare: «Ma solo per rafforzare le iniziative di aiuto concreto alla popolazione palestinese via terra». Dall’Italia dovevano partire venti equipaggi, hanno preso il mare diciotto barche. Che adesso si stanno per unire alle altre, già salpate dalla Spagna e dalla Tunisia. Il numero esatto non è noto: circa sessanta o forse cinquanta piccole barche a vela, da 12 a 16 metri, più la nave dell’Arci con a bordo quattro deputati italiani, più la nave di Emergency come supporto logistico alla missione.

Il rischio degli attivisti e l’inazione della politica Si intuisce - purtroppo da lontano - che non deve essere facile andare d’accordo su come precedere e come comunicare questa impresa unica al mondo, su cosa dire e cosa tacere nel tempo dell’avvicinamento. È un grande miscuglio umano, sono storie diverse. Con due premesse fondamentali. Tutti i partecipanti alla Global Sumud Flotilla stanno rischiando in prima persona, stanno cioè mettendo il loro corpo come argine al massacro del popolo palestinese e lo fanno per ovviare all’inazione della politica europea.