Quando il tempo gira, ovvero nei giorni di settembre che precedono l’arrivo dell’autunno, io sento fisicamente il bisogno di andare sul Barbaresco, quasi una parentesi alla consuetudinaria Barbera che invece evoca freschezza grazie alla sua acidità. È così da svariati anni e oggi apro una bottiglia che mi ha convinto oltremisura. Ma andiamo a ritroso.
Negli Anni ‘60 Giuseppe Cortese iniziò a vinificare le uve della collina Rabajà, uno dei più importanti cru del nebbiolo da Barbaresco, composta da un suggestivo anfiteatro, in buona parte esposto a sud-ovest e da un secondo versante con andamento più lineare ed esposizione a mezzogiorno, creando nel 1971 la prima etichetta di Barbaresco Rabajà. Negli anni successivi, con la moglie Rosella, ampliò i vigneti anche nel crinale opposto, quello della Trifolera (nomen omen), caratterizzato da esposizioni variabili e condizioni climatiche particolarmente favorevoli (dove oggi si trovano i vigneti di chardonnay, dolcetto e barbera), affinando lo stile del vino.
Negli Anni ’90, a prendere in mano le redini dell’azienda è arrivato il primogenito Pier Carlo, enologo oggi cinquantaquattrenne, al quale, negli anni a seguire, si affiancheranno la sorella Tiziana e il marito di quest’ultima, Gabriele Occhetti. A loro tre, il merito di aver affermato la loro cantina sui mercati, senza seguire le mode del momento, ma rimanendo fedeli a una storia e un territorio. Raggio d’azione sono i circa nove ettari vitati nelle due aree sopra indicate (68 mila le bottiglie), a dimora su terre bianche dove emergono marne bluastre, coltivate secondo il protocollo biologico. L’azienda dispone anche di un B&B per la ricettività, ed è possibile fare degustazioni guidate e visite.








