A volte appare pallido, altre vibra di un celeste brillante, altre ancora assume sfumature che vanno dall’indaco al viola. Da oltre due secoli è possibile misurare il colore del cielo grazie a uno strumento chiamato cianometro, che trasforma la poesia del firmamento in numeri.
Inventato nel Settecento
Il primo dispositivo di questo tipo fu creato nel 1789 dal fisico e naturalista svizzero Horace-Bénédict de Saussure. Appassionato alpinista, osservò, durante le sue ascensioni, che la tonalità del cielo diventava via via più intensa con l’aumentare dell’altitudine.
Per studiare il fenomeno ideò un disco di carta suddiviso in tasselli, ciascuno con una diversa sfumatura di azzurro. La scala comprendeva 53 toni numerati progressivamente: il bianco corrispondeva al grado 1, ossia un cielo quasi privo di saturazione, velato o lattiginoso, mentre il blu profondo era associato al grado massimo, il 53, equivalente alla massima intensità cromatica percepibile a occhio nudo. Confrontando il cielo con questi campioni, l’osservatore poteva attribuirgli un valore numerico preciso.
Grazie a questo metodo, lo scienziato evidenziò, per esempio, che sulla vetta del Monte Bianco il cielo appariva pari al grado 39 della scala. Fu anche tra i primi a ipotizzare che l’intensità del colore dipendesse dalla quantità di umidità e di particelle sospese nell’atmosfera.






